2016/11/14

Chi è Omar al-Bayoumi

di Hammer

Le 28 pagine del Joint Inquiry pubblicate a luglio del 2016, dopo essere rimaste secretate per 14 anni, hanno attirato l’attenzione sulla figura di Omar al-Bayoumi, il saudita che ofrrì aiuto logistico e finanziario ai dirottatori al-Mihdhar e al-Hazmi durante la loro permanenza in California.

Il testo delle 28 pagine lascia aperta la questione se al-Bayoumi sia o meno un agente dell'intelligence saudita e questo punto è ovviamente di fondamentale importanza. L’ambasciata saudita negli Stati Uniti ha smentito più volte (il 23 luglio, il 2 agosto e il 13 settembre del 2003) che al-Bayoumi fosse uno dei propri agenti e in un’intervista rilasciata alla 9/11 Commission nell’ottobre del 2003 a Riyadh lo stesso al-Bayoumi dichiarò di essere molto ferito nel venire descritto come una spia saudita.

Tuttavia il 10 aprile di quest’anno il senatore della Florida Bob Graham ha asserito nel corso della trasmissione televisiva 60 Minutes (in una puntata dedicata alle 28 pagine), in onda sulla CBS, che al-Bayoumi era noto all’FBI come un agente saudita anche prima dell’11/9. Lo stesso sospetto era diffuso nella comunità islamica di San Diego, come confermato da alcune testimonianze raccolte dal San Diego Magazine.

L’uomo nacque in Arabia Saudita e secondo il 9/11 Commission Report aveva 42 anni nel 2000, quindi la data di nascita risale al 1957 o al 1958. Secondo le 28 pagine, al-Bayoumi lavorò per la Saudi Civil Aviation Administration dal 1976 al 1993. Il settimanale San Diego Reader, nel luglio di quest’anno, ha dedicato un lungo articolo (che cita molte e autorevoli fonti) a chiarire chi fosse al-Bayoumi; secondo l’articolo in questione, l’uomo si sarebbe trasferito negli USA nel 1994 per studiare inglese alla San Diego State University.

Dalle 28 pagine apprendiamo che al-Bayoumi, durante la sua permanenza negli USA, veniva stipendiato da una compagnia saudita con sede negli Stati Uniti, presso i cui uffici però si recava molto di rado; inoltre la moglie di al-Bayoumi, chiamata Manal Bajadr, riceveva regolarmente sovvenzioni dalla famiglia reale e dall’ambasciata saudita negli USA. I due avevano anche quattro figli, che vivevano con loro a San Diego.

Secondo l’articolo del San Diego Reader, il primo incontro tra al-Bayoumi e i due dirottatori avvenne l’1 febbraio del 2000 al ristorante Mediterranean Gourmet, sul Venice Boulevard a Los Angeles, dopo che al-Bayoumi si era recato al consolato saudita nella medesima città. L’uomo avvicinò i due terroristi fingendo di far cadere un giornale accanto a loro, quindi si presentò e intavolò una discussione da cui scoprì che i due non si trovavano bene a Los Angeles e li invitò quindi a trasferirsi a San Diego.

Pochi giorni dopo al-Bayoumi li aiutò a trovare un alloggio presso i Parkwood Apartments (immagine sotto) di San Diego, nel quale viveva lo stesso al-Bayoumi, e questi li aiutò anche a pagare le prime rate dell’affitto anticipando il denaro con un assegno circolare poiché la proprietà della casa non accettò il pagamento in contanti dei due uomini che non avevano un conto corrente negli USA. Secondo le 28 pagine i due dirottatori trascorsero anche qualche giorno nell’appartamento di al-Bayoumi prima di affittarne uno nello stesso complesso.

Dopo pochi giorni al-Bayoumi organizzò anche per loro una festa di benvenuto al Centro Islamico di San Diego. I due dirottatori rimasero ai Parkwood Apartments fino a maggio del 2000, quando si trasferirono a casa di Abdussattar Shaikh, informatore dell’FBI, a Lemon Groove. Gli inquirenti non seppero che i dirottatori vissero a casa di un informatore dell’FBI fin dopo gli attacchi. In un’intervista alla 9/11 Commission anche Shaikh confermò di aver sentito, anche da al-Hazmi, che al-Bayoumi fosse un agente dell’intelligence saudita. L’uomo lo aveva forse appreso dalla comunità islamica locale, all’interno della quale molti credevano appunto che al-Bayoumi fosse una spia.


Il racconto di al-Bayoumi sulla sua frequentazione con i due terroristi alla 9/11 Commission fu comunque notevolmente diverso. Raccontò infatti di avere conosciuto i due terroristi al ristorante in modo del tutto fortuito, dopo essersi alzato dal proprio tavolo per prendere qualcosa in un frigorifero e aver sentito i due seduti poco lontano parlare in arabo tra loro. A quel punto si avvicinò loro per presentarsi. Al-Bayoumi raccontò quindi di averli incontrati una seconda volta alla moschea di San Diego dopo che i due avevano chiesto di lui all’imam. Inoltre asserì che i due dirottatori vissero vicino a casa sua solo per pochi giorni in quanto durante un suo viaggio di lavoro a Washington si sarebbero trasferiti a El Cajon dove i prezzi di affitto erano più bassi.

Nel luglio del 2001 al-Bayoumi si trasferì in Inghilterra, nell’area di Birmingham, per conseguire un dottorato di ricerca alla Aston University. Nel settembre del 2001, dopo gli attentati dell’11/9, al-Bayoumi fu arrestato da Scotland Yard su richiesta dell’FBI ma fu rilasciato dopo poco tempo, perché le indagini giunsero alla conclusione che al-Bayoumi non avesse legami con al-Qaeda e non fosse un complice degli attentatori, ma solo una persona che aveva interagito con loro negli USA. Dopo essere stato rilasciato, al-Bayoumi riprese gli studi presso la Aston University per poi tornare stabilmente in Arabia Saudita, dove vive tuttora.

Se, come sembra probabile, al-Bayoumi era davvero un agente dell’intelligence saudita, resta da spiegare il suo interesse verso i due dirottatori. Una delle ipotesi è che l’uomo volesse arruolarli come informatori, o solo indagare su di loro; in questo caso appare drammaticamente palese che l’11/9 sarebbe stato evitabile se l’intelligence saudita che seguiva i due terroristi non avesse sottovalutato la minaccia che questi rappresentavano.

2016/10/24

La presunta detenzione in Israele di Mohammed Atta

di Hammer

Nei giorni successivi all’11/9 si diffuse su alcuni media la notizia secondo cui Mohammed Atta sarebbe stato un terrorista già noto da tempo alle autorità americane e israeliane in quanto reo di un attentato contro un autobus in Cisgiordania nel 1986. Ne diedero notizia, tra gli altri, il Boston Globe il 13 settembre 2001 e il San Francisco Chronicle il 16 settembre 2001. Secondo quanto riportato sarebbe quindi incomprensibile come un noto terrorista possa essere entrato negli USA, averci vissuto liberamente e aver preso un aereo di linea.

L'attentato a cui tali articoli fanno riferimento fu perpetrato il 12 aprile del 1986 da un uomo di 33 anni chiamato Mahmoud Mahmoud Atta, che lanciò una bomba contro un autobus della compagnia israeliana Egged e poi, insieme a un complice chiamato Salah Hariz, sparò contro il mezzo con degli Uzi dopo che l'autobus si era fermato. Nell'attentato l'autista perse la vita e tre passeggeri rimasero gravemente feriti.

Secondo quanto riportato dal volume The Terrorist List: The Middle East di Edward F. Mickolus, Atta, nato in Giordania ma in possesso anche di cittadinanza statunitense, fu catturato in Venezuela nel maggio del 1987 e trasferito negli USA, dove fu arrestato dall'FBI, quindi fu estradato nel 1990 dagli USA verso Israele, dove fu condannato all'ergastolo.

In realtà il Mohammed Atta che pilotò il volò American Airlines 11 contro la Torre Nord del World Trade Center non ha alcun legame con Mahmoud Mahmoud Atta: si tratta solo di un caso di quasi omonimia, che in seguito all'11/9 generò confusione. La smentita che si trattasse della stessa persona fu pubblicata da varie testate, tra cui il Jerusalem Post il 7 novembre del 2001. Il Post specificò che tra i due Atta c'era un notevole differenza di età, che Mahmoud Mahmoud Atta era nativo della Palestina (e non della Giordania come riportato dal libro di Mickolus) mentre il dirottatore era egiziano, che l’uomo fu liberato dopo la condanna dalla Corte Suprema per irregolarità del processo di estradizione, e in ultimo che non era noto dove l'Atta che attaccò l'autobus si trovasse nel 2001 e se fosse ancora vivo. Anche il Boston Globe pubblicò il 19 settembre del 2001 la smentita del fatto che i due Atta fossero la stessa persona. Inoltre dell'arresto di Mahmoud Mahmoud Atta a New York esiste una foto del celebre fotografo Allan Tannenbaum, da cui si vede chiaramente che l'uomo è ben diverso dal dirottatore Mohammed Atta.

Un equivoco di questo tipo, e se ne verificarono molti altri durante l'identificazione dei 19 dirottatori dell’11/9, dimostra anche a chi sostiene che questi siano ancora vivi che in realtà le omonimie esistono e a volte possono portare a errori clamorosi, e che talvolta si verificano anche coincidenze all'apparenza improbabili, come il fatto che due omonimi possano essere entrambi terroristi.

2016/10/03

Getting bin Laden, il primo racconto della missione che uccise Osama

di Hammer

Prima della pubblicazione del libro No Easy Day di Matt Bissonnette (con lo pseudonimo di Marc Owen) e prima che Rob O'Neill raccontasse la propria versione dei fatti a The Esquire (celandosi dietro al nome The Shooter), fu pubblicato un primo e meno noto racconto della missione che uccise Osama bin Laden. L'8 agosto del 2011, a soli tre mesi dal raid di Abbottabad, il giornalista Nicholas Schmidle pubblicò sul New Yorker un lungo articolo intitolato Getting bin Laden, in cui descrisse in modo molto dettagliato come la missione era stata compiuta. L’articolo fu pubblicato anche prima del contestato volume SEAL Target Geronimo di Chuck Pfarrer, le cui lacune ed evidenti imprecisioni sono state evidenziate sia dall'American Thinker sia dal giornalista della CNN Peter Bergen.

Schmidle inizia la propria ricostruzione dal 2009, anno dell’insediamento di Barack Obama, che volle spingere di nuovo sulla ricerca del terrorista saudita dopo che la pista si era raffreddata sotto la presidenza di George W. Bush. L'anno seguente la CIA individuò uno dei corrieri di Osama che si spostava frequentemente verso un compound di Abbottabad i cui abitanti bruciavano i rifiuti all'interno delle mura anziché depositarli per la raccolta; inoltre all'interno della struttura abitava un uomo che non usciva mai dal recinto esterno. Dopo essere giunti, con un'azione di intelligence, alla ragionevole certezza che l'uomo che non usciva era proprio Osama bin Laden, Obama chiese alla CIA di predisporre alcuni piani per un raid nel compound.

Una delle prime ipotesi considerate fu di scavare un tunnel ed entrare da sottoterra, ma fu scartata perché il compound sorgeva su un bacino di ritenzione. Gli scenari proposti a Obama prevedevano quindi un bombardamento aereo o un raid con elicotteri. Il Presidente scelse la seconda opzione e incaricò l'ammiraglio McRaven di definirne i dettagli.

Vennero scelti per l'operazione 23 uomini del Red Squadron del SEAL Team 6; il gruppo condusse una settimana di esercitazioni nel North Carolina dal 10 aprile e una seconda settimana in Nevada a partire dal 18 aprile. Il piano prevedeva di trasportare gli uomini con due elicotteri Black Hawk, il primo dei quali avrebbe fatto scendere i 12 SEAL che trasportava al suolo vicino al compound, mentre il secondo elicottero avrebbe fatto scendere quattro SEAL, insieme al traduttore (che l'autore cela sotto lo pseudonimo di Ahmed), all'angolo nord orientale del compound affinché controllassero il perimetro per poi portare i restanti sette militari sul tetto della struttura. Il team partì il 26 aprile dagli Stati Uniti per arrivare dopo alcuni scali a Jalalabad due giorni dopo.

La notte tra l'1 e il 2 maggio del 2011 la missione non iniziò come previsto e i primi problemi si verificarono appena giunti al compound. Il primo elicottero, infatti, perse il controllo e atterrò in una situazione di emergenza, riportando gravi danni. Il pilota fece schiantare intenzionalmente il velivolo di muso in un recinto per animali all'interno delle mura esterne del compound per evitare che l’elicottero si rovesciasse su un lato. Non sapendo cosa fosse successo al primo Black Hawk, anche il secondo cambiò i propri piani e abbandonò l'idea di far scendere alcuni uomini sul tetto, atterrando invece sul terreno all'esterno delle mura.

Nonostante l'avvio problematico, il gruppo decise di continuare la missione; Schmidle descrive dettagliatamente i movimenti di ciascun gruppo di SEAL all'interno del complesso e dell'edificio fino a quando tre dei militari salirono al piano superiore, dove colpirono a morte il fondatore di al-Qaeda. I SEAL annunciarono quindi via radio al Presidente di aver ucciso "Geronimo", come era chiamato in codice il terrorista saudita.

Prima di riportare il cadavere in Afghanistan, i militari dovettero distruggere i resti dell'elicottero danneggiato: dapprima con mani e martelli e poi con dell'esplosivo. Un Chinook arrivò a prelevare il corpo di bin Laden e venne usato anche per trasportare alcuni SEAL in sostituzione dell'elicottero andato distrutto. Dal cadavere vennero estratti campioni di midollo osseo che furono trasportati sul Black Hawk in modo che viaggiasse su un mezzo diverso rispetto al corpo. Il cadavere fu quindi portato a Jalalabad, dove per verificare che l'altezza corrispondesse a quella stimata fu fatto sdraiare un SEAL di un metro e ottanta accanto al corpo del terrorista morto in modo da valutarne la differenza.

Il corpo di Osama fu quindi lavato, avvolto in una veste bianca e deposto nell'Oceano Indiano. La morte di bin Laden fu un grande successo politico e militare per la Casa Bianca e pochi giorni dopo anche al-Qaeda confermò il decesso del proprio leader.

Nonostante sia molto ricco di dettagli che si sono nel tempo rivelati corretti, l'articolo di Schimdle fu criticato dal giornalista Craig Silverman e da Adam Clark Estes, che contestarono che Schimdle non ebbe accesso ai racconti diretti dei militari che compirono la missione per scrivere il proprio pezzo. Tuttavia sia Schindle sia l'editore David Remnick ribatterono che l'autore aveva consultato fonti vicine al commando che aveva condotto le operazioni e che le informazioni riportate erano state adeguatamente verificate, nonostante effettivamente l'autore non citi le proprie fonti. Del resto, il lungo articolo di Schindle è citato come fonte anche dai migliori libri sulla missione che uccise Osama bin Laden, quali Manhunt di Peter Bergen e The Finish di Marc Bowden, e tuttora costituisce una delle migliori e più ricche fonti di informazioni per conoscere quanto accaduto quella notte ad Abbottabad.

2016/09/19

Giulietto Chiesa e i 500.000 euro raccolti per “Zero”

di Paolo Attivissimo

Gli anni passano, i ricordi si affievoliscono e le tracce in Rete delle asserzioni dei complottisti sull’11/9 spariscono. Ma è importante crearne una memoria permanente, per evitare confusioni e per fare in modo che i complottisti non possano rifarsi una verginità e far finta di non aver mai detto o fatto certe cose.

Per esempio, sono scomparse da Internet molte delle pagine che documentavano le dichiarazioni di Giulietto Chiesa sul costo di produzione del suo documentario Zero del 2007, diretto da Franco Fracassi e Francesco Trento. Il sito Zerofilm.it scriveva, a ottobre 2007, che il “valore” del documentario era di 500.000 euro, ma questa dichiarazione è scomparsa: la pagina non esiste più. Tuttavia Archive.org ne conserva tuttora una copia della versione in inglese:



Nel 2008 Undicisettembre raccolse questa immagine della versione italiana, che dice che “Il 100% del film vale 500.000 €”:



Una dichiarazione analoga fu raccolta da Abitarearoma.net nel 2007:

Come DIVENTARE COPRODUTTORI e CONTRIBUIRE
– E’ possibile fare versamenti a fondo perduto, usando Paypal e la carta di credito.
– E’ possibile diventare COPRODUTTORI a tutti gli effetti, versando 500 euro o multipli di 500 euro.
– E’ possibile acquistare percentuali di quote, investendo minimo 100 euro; 
Nel dettaglio:
1 – Il 100% del film vale 500.000 €. Tale ammontare è suddiviso in 1.000 quote da 500 €, che corrispondono ognuna allo 0,1% del totale. Per partecipare alla produzione, essere COPRODUTTORI, bisogna versare almeno 500 € o multipli di 500 €. I coproduttori partecipano ai guadagni complessivi del film in proporzione alla percentuale acquistata.
2 – Chi investe tra i 100 e i 500 euro acquisterà una percentuale di quota (ad es. 100 euro sono il 20% di una quota)
3 – Chiunque verserà meno di 100 euro lo farà a titolo di donazione a fondo perduto.

Per partecipare si può scrivere a: coproduzione@zerofilm.it
Tutte le info su www.zerofilm.it

Oggi il sito Zerofilm.it non esiste più. Questo sembra indicare che alcuni paladini italiani della lotta per la verità fatichino persino a mantenere aperto un sito Web, ora che le occasioni di sfruttamento economico sono svanite nel dimenticatoio.

In compenso esiste ancora un sito francese, Reopen911.info, che parla di Zero in questi termini (copia archiviata anche su Archive.is; screenshot qui accanto):

En tout, le film a coûté 500.000 Euros, dont 200.000 par l’actionnariat populaire, et le reste du financement est venu de nos propres disponibilités et aussi de notre travail et de notre expertise et de celle de Francesco.

Lo stesso sito aggiunge un altro dato interessante:

Il aurait pu coûter 100.000 de moins sans ce système d’actionnariat, car on ne peut pas négocier les prix et demander des rabais à quelqu’un de rémunéré par ce système d’actions. A ce jour, les gains n’ont toujours pas remboursé le budget du film.

2016/09/11

World Trade Center: an interview with survivor Krista Salvatore

by Hammer. An Italian translation is available here.

Fifteen years have now passed since September 11, 2001 and Undicisettembre continues its effort to preserve the memories of that fateful day.

On this anniversary we submit to our readers the account of survivor Krista Salvatore, who was in the South Tower during the attacks and experienced personally the dramatic events of 9/11 in New York.

We wish to thank Krista Salvatore for her kindness and willingness to share her experience.


Undicisettembre: Can you give us a full account of what you saw and experienced on 9/11?

Krista Salvatore: On 9/11 I was working in New York, I had just graduated from college, I was working for Morgan Stanley, it was my second day in New York. I was living in Florida but they sent me there for a three week training program; my office was on the 61st floor of World Trade Center 2. I went to work on my second day just as any regular day. During my training there was a very loud crash or boom and all the windows of my training room all exploded; we didn't know what was happening but they told us our building was secure and that a small plane, like a Cessna, hit Tower 1 and that we should have stayed in our offices because Tower 2 was secure. It kept coming on the intercom speaker telling anyone in my building “Tower 2 is secure” but my instinct and everyone else I was with told me to get out. We knew something wasn't right and we headed for the exit.

The smell of jet fuel was really strong and when we looked outside the windows there was paper everywhere. It looked like someone had taken a trash out from the rooftop and threw paper everywhere, a lot of paper was on fire which was a really strange thing to see. So we started going down the stairs and when I was on the 41st floor my building was hit and from that point on the building never really stopped moving. Up to that point it wasn't chaotic, people were not panicking; but when the airplane hit my building it went really serious: at that moment we knew it wasn't a small plane and we knew it wasn't an accident. We had gotten bits and pieces of information along the way. It got really scary and people hurried as fast as possible, but it was totally organized, there was no chaos, but I literally didn't even have time to kick off my high heel shoes.

When we got to the bottom since there was so much debris on the ground they had us actually go through the World Trade Center underground mall till we got to the actual exit. At the exit there were Port Authority people directing us to go uptown and they were sending us that way. It was really sad and scary because we looked up and we could see people jumping, there were sirens everywhere, emergency people everywhere, we saw firefighter walking up the steps while we were going down.

I had been out for about ten minutes when my tower, Tower 2, collapsed. I was trying to call my parents all the way down, I kept redialing the number but there was no cellphone signal. I finally was able to talk to my parents at about noon that day. After my building collapsed they had come to the realization that I didn't make it and it had been very hard not being able to contact them, not being able to let them know that I was okay and they feared for the worst.

I was staying in a hotel in midtown so it was pretty far away but when I got out of the World Trade Center I continued running with the group of people I was with. We got far away enough so that we were not in the cloud of smoke and debris when Tower 2 collapsed. So I got back to my hotel before I completely knew what had happened. People were stopping on the street and telling us what was going on. There were emergency vehicles and fighter jets flying above.

I don't even know how to describe it, it was pretty surreal to see fighter jets flying around Manhattan, it was like a war zone. I remember the scariest thing was that you didn't know what was going to happen next, I never truly felt safe until I got out of New York. The next day I packed all my stuff and went to the hotel lobby and asked them to call me a cab because I wanted to go to the airport. They told me “The airport is closed. You are not going to get out for a little while” I said “No, I'll wait there.” and they convinced me I wasn't going to be able to take a flight. So my dad drove from Saint Louis where he lived to New York to come and get me because I had no way to get home, I couldn't get a rental car, the subway had stopped, there was no way out of the island. So my dad was able to come and get me and bring me home.


Undicisettembre: So you did not see Tower 1 collapse?

Krista Salvatore: No, I didn't see it collapse because I was far enough away that I could not actually see it but we heard it and everyone understood what was happening.


Undicisettembre: How long did it take you to get back to normalcy after 9/11?

Krista Salvatore: A really long time, it was tough. I lived in Florida at the time and I wasn't with a group of people where I could have a support system or other people who had gone through the same thing. When I got back to Florida everyone was treating we differently like I was the girl from the World Trade Center, everyone looked at me and they kind of tiptoed around me and I felt like the treated me differently. And I had a lot of guilt, that was the hardest part for me. I had a lot of guilt. I was 22, single, I had no family, I didn't have people who relied on me; it was hard for me that so many people who didn't make it out of there alive had kids and family members that they supported. It was hard for me to hear people say everything happened for a reason there were many people in the upper floors who didn't make and it made no sense to me.


Undicisettembre: What are your thought about the firefighters who went into the Towers risking their own lives to save others?

Krista Salvatore: They are absolute heroes! There are no other ways to describe them, they knew while going in that they were not going to make it out. When my building was hit there were so many firefighters going up, they were doing all that they could to save lives and they were giving their own for that.


Undicisetembre: Did you suffer from Post Traumatic Stress?

Krista Salvatore: I did. I went to see a counselor for a little while, I was depressed which was hard because people expected me to be grateful that I was okay but I was depressed because I had a lot of guilt.

It took me a good year to get back to myself, I still think about it everyday. I think that now I'm grateful that I have kids and a legacy. I still think about it. Some days when I see certain things it's harder than others, but again it took me a good year to really get back to myself.


Undicisettembre: How does 9/11 affect your everyday life?

Krista Salvatore: I really try to be grateful for little things and not to stress over little things and realize there are people out there fighting to make sure this doesn't happen to us again, that there's never an attack on the US soil again. There are soldiers that are deployed and they are fighting terrorism and I try to be appreciative of that.

Every 9/11 I do a walk with a group of people here in Saint Louis, we walk 21 miles to the Arch [picture on the right shows Salvatore at the 2015 march with her father], which is a monument we have here in Saint Louis, and we all carry flags. We are from 600 to a thousand people and we remember people who died on that day and people who are fighting for us. There are a lot of firefighters and military members who do the walk with us.


Undicisettembre: Have you been to Ground Zero after 9/11?

Krista Salvatore: I went one time in 2003. It was really, really hard. It was very sad.

I really want to go again. When I went it was a construction zone, so it was sad.


Undicisettembre: What do you think about conspiracy theories that claim that 9/11 is an inside job?

Krista Salvatore: I think it's completely bogus. There's no fact to support that.


Undicisettembre: Do you think the nation is still living in fear or has it regained its standing in the World?

Krista Salvatore: I don't think we live in fear, but to be honest it scares me a little bit because I fear we are getting a little complacent. After 9/11 we were on very high alert and we did live in fear for a little while, everyone was supersensitive that anything can potentially be a threat and now we became complacent and it makes me a little bit scared that something like that can happen again.

World Trade Center: intervista con la sopravvissuta Krista Salvatore

di Hammer. L'originale inglese è disponibile qui.

Sono passati quindici anni dall'11 settembre 2001 e Undicisettembre continua nel suo sforzo per evitare che si perda la memoria di quanto accaduto quel giorno.

In occasione di questo anniversario offriamo ai nostri lettori la testimonianza della sopravvissuta Krista Salvatore, che si trovava nella Torre Sud durante gli attacchi e che ha vissuto personalmente il dramma di quelle ore.

Ringraziamo Krista Salvatore per la sua cortesia e disponibilità.


Undicisettembre: Ci puoi fare un racconto di ciò che hai visto e vissuto l’11/9?

Krista Salvatore: L’11/9 lavoravo a New York, mi ero appena laureata al college, lavoravo per la Morgan Stanley, era il mio secondo giorno a New York. Abitavo in Florida ma mi avevano mandato lì per una programma di formazione di tre settimane; il mio ufficio era al sessantunesimo piano del World Trade Center 2. Andai al lavoro il mio secondo giorno come in un giorno normale. Durante la mia sessione di formazione ci fu uno schianto molto forte o un’esplosione e tutte le finestre della mia aula di formazione esplosero; non sapevamo cosa stesse succedendo ma ci dissero che il nostro edificio era al sicuro e che un piccolo aereo, forse un Cessna, aveva colpito la Torre 1 e che noi avremmo dovuto rimanere nei nostri uffici perché la Torre 2 era al sicuro. Continuava a essere trasmesso dall’interfono il messaggio che diceva a tutti nel mio palazzo “La torre 2 è al sicuro” ma il mio istinto e tutte le altre persone che erano con me mi dissero di uscire. Sapevamo che c'era qualcosa che non andava e ci dirigemmo verso l'uscita.

L'odore del carburante avio era molto forte e quando guardammo fuori dalle finestre c’era carta ovunque. Sembrava che qualcuno avesse vuotato un cestino della carta dal tetto e avesse gettato carta ovunque, molta della carta era in fiamme, e questa era una cosa molto strana da vedere. Iniziammo a scendere le scale e quando ero al quarantunesimo piano il mio palazzo fu colpito e da quel momento non smise mai di oscillare. Fino a quel punto non era caotico, la gente non era nel panico; ma quando l'aereo colpì il mio palazzo la situazione divenne veramente seria: in quel momento capimmo che non era un piccolo aereo e che non era un incidente. Avevamo ricevuto piccoli pezzi di informazione mentre scendevamo. Fu veramente spaventoso e la gente iniziò a correre più in fretta possibile, ma era tutto molto organizzato, non c'era caos, ma io letteralmente non ebbi nemmeno il tempo di togliermi le scarpe coi tacchi.

Quando arrivammo giù c'erano così tante macerie a terra che ci fecero uscire dal centro commerciale sotterraneo sotto il World Trade Center finché non arrivammo a un’uscita vera e propria. All'uscita c'era personale della Port Authority che ci dirigeva verso uptown e ci mandava in quella direzione. Fu veramente triste e spaventoso perché guardammo in alto e vedemmo le persone che saltavano giù, c'erano sirene ovunque, personale di emergenza ovunque, vedemmo pompieri salire le scale mentre noi scendevamo.

Ero uscita da circa 10 minuti quando la mia torre, la Torre 2, crollò. Avevo tentato di chiamare i miei genitori durante tutta la discesa, continuai a digitare il numero ma i cellulari non avevano rete. Finalmente riuscii a parlare con i miei genitori intorno a mezzogiorno. Dopo che il mio palazzo era crollato erano giunti alla conclusione che io non fossi riuscita ad uscirne e fu molto difficile non poter parlare con loro, non poter far sapere loro che stavo bene perché loro temettero il peggio.

Stavo in un hotel a midtown, che quindi era abbastanza lontano, ma quando uscii dal World Trade Center continuai a correre insieme al gruppo di persone che era con me. Arrivammo sufficientemente lontano da non trovarci nella nuvola di polvere e detriti quando la Torre 2 crollò. Quindi arrivai in hotel prima di aver saputo completamente ciò che era successo. Le persone si fermavano per strada e ci dicevano ciò che succedeva. C’erano veicoli di emergenza e i caccia volavano sopra di noi.

Non so nemmeno come descriverlo, era piuttosto surreale vedere i caccia volare sopra Manhattan, era come una zona di guerra. Ricordo che la cosa più spaventosa era che non sapevamo cosa sarebbe successo dopo, non mi sentii veramente al sicuro finché non lasciai New York. Il giorno seguente raccolsi tutte le mie cose e andai nella lobby dell'hotel e chiesi loro di chiamarmi un taxi perché volevo andare all'aeroporto. Mi dissero “L'aeroporto è chiuso. Per un po' non puoi andare da nessuna parte.” Dissi “No, aspetterò lì.” e mi convinsero che non avrei potuto prendere un volo. Quindi mio padre arrivò in macchina da Saint Louis, dove viveva, fino a New York per venire a prendermi perché non avevo modo di tornare a casa, non potevo prendere una macchina a noleggio, e la metropolitana non funzionava, non c'era modo di uscire dall'isola. Quindi mio padre mi venne a prendere e mi portò a casa.


Undicisettembre: Quindi non vedesti il crollo della Torre 1?

Krista Salvatore: No, non la vidi crollare perché ero abbastanza lontana da non poterla vedere, ma ne udimmo il crollo e tutti capirono cosa stava succedendo.


Undicisettembre: Quanto tempo ti ci volle prima di tornare alla normalità dopo l’11/9?

Krista Salvatore: Davvero mi ci volle molto tempo, fu molto difficile. Vivevo in Florida a quel tempo e non ero con un gruppo di persone con cui potessi avere un sistema di sostegno o altre persone che fossero passate attraverso la stessa esperienza. Quando tornai in Florida tutti mi trattavano in modo diverso, come se io fossi la ragazza dal World Trade Center, tutti mi guardavano e mi trattavano con circospezione e io sentivo che mi trattavano in modo diverso. Avevo un gran senso di colpa, questa fu la parte più difficile per me. Avevo un gran senso di colpa. Avevo 22 anni, ero single, non avevo una famiglia, non avevo persone che dipendessero da me; fu molto difficile per me che tanta gente che non ne era uscita viva aveva figli e familiari che mantenevano. Fu difficile per me sentire le persone dire che tutto succede per un motivo, perché c'erano molte persone ai piani più alti che non sopravvissero e questo per me non aveva alcun senso.


Undicisettembre: Cosa pensi dei pompieri che entrarono nelle Torri rischiando la propria vita per salvare gli altri?

Krista Salvatore: Sono eroi assoluti! Non c'è altro modo di descriverli, sapevano mentre salivano che non ne sarebbero usciti vivi. Quando il mio edificio fu colpito c'erano così tanti pompieri che salivano, stavano facendo tutto ciò che potevano per salvare vite e stavano dando la propria vita per farlo.


Undicisettembre: Hai sofferto di disturbo da stress post traumatico?

Krista Salvatore: Sì. Andai da un consulente per un po' di tempo, ero depressa e questo fu difficile perché la gente si aspettava che io fossi grata del fatto di stare bene ma ero depressa perché avevo molto senso di colpa.

Mi ci volle più di un anno per tornare in me, tuttora ci penso ogni giorno. Penso che ora sono grata di avere dei figli e di avere una discendenza. Ma ci penso ancora. Alcuni giorni, quando vedo alcune cose, sono più difficili di altri, ma di nuovo mi ci volle più di un anno per tornare davvero in me stessa.


Undicisettembre: L’11/9 come condiziona la tua vita quotidiana?

Krista Salvatore: Provo davvero ad essere grata per le piccole cose e a non stressarmi per le piccole cose e a rendermi conto che ci sono persone là fuori che combattono per assicurarsi che questo non succeda più, che non ci sia più un attacco sul suolo americano. Ci sono soldati che sono dispiegati e che stanno combattendo il terrorismo e io cerco di essere riconoscente per ciò che fanno.

Ogni 11/9 faccio una marcia con un gruppo di persone qui a Saint Louis, camminiamo per 21 miglia fino all'Arco [la foto accanto mostra l'intervistata con il padre alla marcia del 2015, N.d.R.], che è un monumento che abbiamo qui a Saint Louis, e portiamo tutti delle bandiere. Siamo da 600 a 1000 persone e ricordiamo le persone che sono morte quel giorno e le persone che stanno combattendo per noi. Ci sono molti pompieri e militari che fanno la marcia con noi.


Undicisettembre: Sei tornata a Ground Zero dopo l’11/9?

Krista Salvatore: Ci sono andata una volta nel 2003. È stato molto, molto difficile. È stato molto triste.

Vorrei davvero andarci di nuovo. Quando ci sono andata era un cantiere, quindi fu molto triste.


Undicisettembre: Cosa pensi delle teorie del complotto secondo le quali l’11/9 fu un autoattentato?

Krista Salvatore: È una totale stupidaggine. Non ci sono fatti a supporto di queste teorie.


Undicisettembre: Credi che la nazione viva ancora nella paura o pensi che abbia recuperato la sua posizione mondiale?

Krista Salvatore: Non credo che viviamo nella paura, ma per essere onesta mi spaventa un po' perché temo che stiamo abbassando la guardia. Dopo l’11/9 eravamo a un livello di allerta molto alto e abbiamo vissuto nella paura per un po', tutti erano ipersensibili che ogni cosa potesse potenzialmente essere una minaccia e ora siamo diventati meno guardinghi e questo mi fa un po’ temere che qualcosa del genere possa succedere ancora.

2016/09/08

Some Thoughts on the 28 Pages

Note by Undicisettembre: this text was written for us by former FBI agent Mark Rossini as a personal commentary on the released 28 pages of the Joint Inquiry. We believe Rossini’s comments are very useful and provide a little-known and new insight about why prominent Saudi people helped two of the 9/11 hijackers while they were in the United States.

We would like to thank Mark Rossini for his willingness to help.

An Italian translation is available below.


by Mark Rossini

I do not believe or posture that the Saudi Government (The Royal House of Saud) facilitated, aided and abetted or "wanted" the 9/11 attacks to happen. This is the often repeated phrase of the 9/11 Commission members and the Bush and Obama Administrations. But it is a distraction. What the 9/11 Commission and both Administrations sought and seek to do is preserve the very important and necessary relationship with Saudi Arabia.

That said, what the 9/11 Commission and both administrations fail to do however is admit, based upon strong circumstantial evidence, that there were and are so-called prominent Saudis who provided money to NGO's which then funded directly and indirectly operatives who assisted the hijackers. Moreover, there is further circumstantial evidence to support the case that the Saudi government was permitted by the CIA to run a classic "Recruitment Operation" on US soil with the specific goal of recruiting hijackers Khalid al-Mihdhar and Nawaf al-Hazmi and to learn exactly why they were in the USA.

The Saudi Intelligence Service known as the Mabahith was given free reign to operate in the USA by the CIA, who purposefully and willfully did not inform the FBI and moreover covered up their actions during all post 9/11 inquiries. The reason why the CIA has not and will not admit their willful and purposeful suppression of a Central Intelligence Report (CIR) written by Special Agent Douglas J. Miller of the FBI who served with me at Alec Station at the CIA was that they, the CIA, did not want and could not allow the FBI in the persona of Special Agent in Charge, John P. O'Neill to interfere with the Saudi recruitment effort. The FBI would not have allowed it to happen. Even if the FBI had remotely agreed to participate in the recruitment operation, the CIA (Alec Station) had every reason to fear that O'Neill would have demanded direct command and control of the operation and that O'Neill would have not been "controllable" if he decided to stop the operation when he saw fit.

If the CIA was ever to be honest, was to tell the truth as to why Doug's CIR was suppressed, and admit the validity of the statement of Richard Clarke that the Saudis and the CIA tried to recruit al-Mihdhar and al-Hazmi, it could possibly mean, in the extreme, that the CIA would be abolished and the officers at Alec Station would face criminal charges. There is too much as stake. There are too many equities regarding our economy and long term strategic political goals in the Mid-East to allow a complete investigation.

As you know I have written much on this subject. Please refer to and read my writings in this document: [PDF]


Qualche riflessione sulle 28 pagine


di Mark Rossini

Io non credo o ipotizzo che il governo saudita (la casa reale di al-Saud) abbia facilitato, favoreggiato o “voluto” gli attacchi dell'11/9. Questa è la frase spesso ripetuta dai membri della 9/11 Commission e dalle amministrazioni Obama e Bush. Ma è una distrazione. Ciò che la 9/11 Commission ed entrambe le amministrazioni hanno cercato e cercano tuttora di fare è preservare l’importantissima e necessaria relazione con l’Arabia Saudita.

Detto questo, ciò che la 9/11 Commission e le due amministrazioni non fanno è ammettere, in base a forti prove indiziarie, che c’erano e ci sono tuttora dei cosiddetti sauditi di rilievo che hanno fornito sovvenzioni alle ONG che a loro volta hanno finanziato direttamente o indirettamente gli agenti che hanno fornito assistenza ai dirottatori. Inoltre ci sono altre prove indiziarie a supporto della tesi che la CIA permise al governo saudita di condurre una tipica “operazione di reclutamento” sul suolo americano con lo scopo specifico di reclutare i dirottatori Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi e di scoprire esattamente perché si trovavano negli Stati Uniti.

La CIA diede al Servizio di Intelligence Saudita noto come Mabahit libertà di operare negli USA e intenzionalmente e consapevolemente non ne informò l’FBI e coprì le loro azioni durante tutte le indagini successive all’11/9. La ragione per cui la CIA non ha ammesso e non ammetterà la sua intenzionale e consapevole soppressione di un Central Intelligence Report (CIR) scritto dall’Agente Speciale Douglas J. Miller dell’FBI, che lavorò con me all’Alec Station presso la CIA, è che loro, la CIA, non volevano e non potevano consentire che l’FBI, nella persona dell’Agente Speciale incaricato, John P. O’Neill, interferisse nel tentativo di reclutamento saudita. L’FBI non avrebbe permesso che accadesse. Anche qualora l’FBI avesse, per ipotesi, accettato di partecipare alla missione di reclutamento, la CIA (Alec Station) aveva ogni ragione per temere che O’Neill avrebbe chiesto di comandare e controllare direttamente l’operazione e che O’Neill non sarebbe stato “controllabile” se avesse deciso di interrompere l’operazione quando lo avesse ritenuto opportuno.

Se la CIA fosse sincera e dicesse la verità sul perché il CIR di Doug è stato soppresso e ammettesse la validità dell’affermazione di Richard Clarke secondo la quale i Sauditi e la CIA tentatono di reclutare al-Mihdhar e al-Hazmi, questo comporterebbe al limite che la CIA verrebbe abolita e che i funzionari della Alec Station dovrebbero affrontato accuse penali. La posta è troppo alta. Nel Medio Oriente ci sono troppe risorse legate alla nostra economia e ai nostri obiettivi di strategia politica a lungo termine per consentire un’investigazione completa.

Come sai, ho scritto molto su questo argomento. Per favore, consulta e leggi quanto ho scritto in questo documento: [PDF in inglese]